BREXIT e COOPERAZIONE GIUDIZIARIA

A cura della dott. ssa Francesca Fiecconi – Corte di Appello Milano.

Nella celebrazione dei sessant’anni dai trattati di Roma del 1957 non deve trascurarsi il ruolo affidato al giudice comunitario, ovvero alla Corre di Giustizia di Lussemburgo, e al giudice nazionale,  nel trovare una sinergia d’intenti nel costruire orientamenti interni sempre più armonizzati intorno ai principi di democrazia  condivisi da tutti gli Stati membri al momento dell’adesione. L’Unione europea, difatti, non è il risultato solo di regole di mercato, ma a poco a poco si è trasformata in un vero spazio di libera circolazione di diritti e di libertà fondamentali. Non vi è legge nazionale di derivazione europea che non debba confrontarsi con i principi di massimo rispetto delle quattro libertà fondamentali e, per tale motivo, la Corte di Giustizia è stata da sempre chiamata a svolgere il suo ruolo di saggio interprete delle leggi europee e di garante dei diritti che circolano all’interno del mercato unico. Pertanto, non a caso il dialogo che si è creato a  livello di corte nazionali ed europea è stato visto come la chiave di volta di un nuovo ordinamento improntato sulla regola dello stato di diritto, meglio detta come rule of law.

Lo strumento del rinvio pregiudiziale dalle Corti di merito alla Corte di Giustizia si è rivelato fondamentale per il successo del processo d’integrazione complessivamente considerato. Senza di esso l’Unione europea non sarebbe stata quella che oggi. Tale meccanismo, considerato come architrave del sistema, era già noto agli ordinamenti dell’Europa continentale, in quanto simile a quello di scrutinio della  legittimità costituzionale delle leggi interne affidato alle Corti Costituzionali, ma è stato accolto pienamente anche dall’ordinamento inglese con tradizione di  common law proprio per l’elasticità interna che esprime. Lo stesso ordinamento inglese,  sino a ieri, ha dimostrato una grande capacità di adattamento alle fonti normative di origine europea e di tradizione continentale, proprio perché il raccordo interpretativo tra  leggi europee e leggi interne era esercitato dalla Corte di Giustizia con un metodo di analisi e di giudizio che molto confaceva a quel sistema. Tale strumento ha così permesso agli ordinamenti di common law di dialogare con le Corti di merito di diversa tradizione e di ravvicinarsi sino a creare un magico cerchio di legittimità al fine di dare una coerenza interna delle norme interne con quelle dell’Unione.

La rivoluzione interna che si è attuata dopo la creazione dell’Unione europea non ha operato solo ai fini della regolazione del mercato unico e della creazione di regole comuni di minima convivenza tra i cittadini europei, ma si è sviluppata  attraverso il  cerchio magico di legittimità comunitaria instauratosi tra corti nazionali e  Corte di Giustizia,  ove la forza vincolante , erga omnes, delle sue decisioni, ha permesso di creare un sistema coerente di precedenti simile alla “common law” che  tutti gli ordinamenti nazionali sono stati  chiamati ad ossequiare sia a livello legislativo interno che giurisprudenziale.

Tale forza vincolante si è dimostrata decisiva per lo sviluppo del sistema dell’Unione europea, con passaggi giurisprudenziali che hanno segnato lo sviluppo e lo stato attuale dell’Unione europea. E’ sufficiente richiamare la forza rivoluzionaria, per gli ordinamenti di tradizione continentale di civil law, di alcune decisioni dei primi anni sessanta, quali la decisione Van Gend en Loos, che ha posto su un piano di simmetria contrattuale il dovere degli Stati membri di rispettare le norme europee nelle materie di competenza comunitaria e i corrispondenti diritti dei cittadini a ottenerne una osservanza effettiva; alla decisione Costa Enel, resa possibile  in seguito a un rinvio pregiudiziale sollevato da un giudice conciliatore onorario di Milano in un procedimento di opposizione a una bolletta  della società Enel,  espressione di un potere di monopolio, che ha permesso di affermare il primato delle leggi europee su quelle dei singoli Stati; alla sentenza  Francovich e alla  Traghetti del Mediterraneo, che hanno affermato il diritto al risarcimento del danno per i singoli cittadini per mancata osservanza del diritto dell’Unione europea da parte dello Stato e la corrispondente responsabilità dello Stato per il danno derivato al cittadino per effetto della violazione di una normativa europea.

In tutta questa congerie di attività di produzione di codici “comportamentali” e                                          “interpretativi” valevoli per i cittadini (persone fisiche e imprese) degli Stati membri ad integrazione delle norme di matrice comunitaria, l’ Unione europea si è dovuta confrontare con numerose decisioni della sua Corte che l’ hanno condotta a bilanciare in maniera diversa, ma coerente, i vari diritti in gioco circolanti nello spazio europeo. In tal modo il baricentro del sistema dell’Unione si è spostato da una dimensione prevalentemente economica  della libera circolazione delle merci e dei servizi a una dimensione solidaristica dei diritti e delle libertà della persona in quanto tali, protetti dalle tradizioni comuni alle Costituzioni europee, dalla Convenzione dei diritti dell’Uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali[1]. .

In questo  contesto non si deve sottovalutare anche la spinta all’evoluzione del diritto dell’Unione europea svolta dalla Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, come interpretata dalla Corte europea di Strasburgo, la quale è elemento fondante di  una residuale  responsabilità dello Stato in caso di  mancata tutela effettiva dei diritti fondamentali. La Corte di Giustizia, difatti, operando attraverso una sorta di mutua cooperazione con la Corte dei diritti dell’Uomo, si è sempre confrontata con i principi espressi dalla Corte europea di Strasburgo, incorporandoli all’interno dell’Unione sulla base del richiamo ai principi della Convenzione inserito nell’art. 52 della Carta, facendoli però reagire con le norme europee di valenza primaria e cogente al fine di bilanciarne i valori in gioco, spesso di pari rango,  all’interno dell’Unione e in ogni campo applicativo.

Per portare un esempio, il capo I della Carta elenca la dignità quale primo bene dell’uomo, che implica la dignità umana, il diritto alla vita, il diritto all’integrità della persona, la proibizione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, la proibizione della schiavitù e del lavoro forzato; il capo II elenca la  libertà quale altro bene da tutelare (diritto alla libertà e alla sicurezza, rispetto della vita privata e della vita familiare, protezione dei dati di carattere personale, diritto di sposarsi e di costituire una famiglia, libertà di pensiero, di coscienza e di religione, libertà di espressione e d’informazione, libertà di riunione e di associazione, libertà delle arti e delle scienze, diritto all’istruzione, libertà professionale e diritto di lavorare, libertà d’impresa, diritto di proprietà, diritto di asilo, protezione in caso di allontanamento, di espulsione e di estradizione); il capo III enuncia il principio di  uguaglianza (uguaglianza davanti alla legge, non discriminazione, diversità culturale, religiose e linguistica, parità tra uomini e donne, diritti del bambino, diritti degli anziani, inserimento dei disabili); il capo IV tocca invece i diritti sociali , come la solidarietà (diritto dei lavoratori all’informazione e alla consultazione nell’ambito dell’impresa, diritto di negoziazione e di azioni collettive, diritto di accesso ai servizi di collocamento, tutela in caso di licenziamento ingiustificato, condizioni di lavoro giuste ed eque, divieto del lavoro minorile e protezione dei giovani sul luogo di lavoro, vita familiare e vita professionale, sicurezza sociale e assistenza sociale, protezione della salute, accesso ai servizi d’interesse economico generale, tutela dell’ambiente, protezione dei consumatori).

Tutti i suddetti diritti, possono contrapporsi gli uni con gli altri nel momento in cui le leggi ne bilanciano il peso a seconda delle materie regolate. Il diritto dell’Unione europea è cresciuto attraverso quest’opera di preliminare comparazione degli interessi in gioco e la stessa Corte di Giustizia è chiamata a ultimare tale opera in relazione al caso concreto, creando un universo di valori primari e secondari .

BREXIT è intervenuta allorché la Corte di Giustizia si stava accingendo a creare un macrocosmo di diritti fondamentali, bilanciandoli a seconda dei casi, a volte anche  mettendo sotto stress gli ordinamenti e assetti costituzionali dei singoli Stati membri, soprattutto quando si trattava di affermare principi già condivisi in decisioni quadro o direttive, non sempre collimanti con le Costituzioni interne dei singoli Stati membri. E così, proprio pochi giorni prima della formale dichiarazione di uscita dall’Unione europea da parte del Governo inglese sulla base dell’art. 50 del TUE, è giunta la pronuncia  della Corte UE sul porto del velo nei luoghi di lavoro (sentenze C- 157/15 e C- 188/2015). Il tema è delicato, poiché coinvolge i diritti collegati alla libertà dell’impresa di dettare norme comportamentali comuni all’interno dei luoghi di lavoro e i diritti della singola persona alla propria identità e appartenenza religiosa. L’ art. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, difatti, tutela la dignità della persona quale primo diritto fondamentale. La libertà di culto e di religione, poi, rappresenta il corollario della dignità della persona.

Non vi è dubbio infatti che la libertà di abbigliamento sia un tratto caratteristico dell’identità personale, configurandosi quest’ultima quale diritto ad essere se stesso con le convinzioni ideologiche, religiose , morali e sociali che differenziano, e al tempo stesso qualificano, l’individuo. La stessa Corte di Strasburgo, in altre pronunce , ha riconosciuto tali diritti a un transessuale e a una ragazza indossante il velo integrale (burka o niqab) o una catenina con la croce ( caso Eweida c. UK 15 gennaio 2013, SAS v. France,1 luglio 2014), pur ammettendo alcuni limiti quando le libertà vengono esercitate sul luogo di lavoro ( Dahlabv. Switzerland, 15 febbraio 2001).

Le due decisioni della Corte di giustizia, nel panorama giurisprudenziale europeo,  rappresentano un crocevia importante perché escludono in linea di principio che si realizzi una discriminazione diretta nella proibizione unilaterale del velo sui luoghi di lavoro, purché detta proibizione si  riconduca  a un codice di comportamento che vieti in maniera indifferenziata di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso come policy aziendale interna. Difatti una simile disposizione tratterebbe in maniera generale e indiscriminata tutti i dipendenti, secondo un principio di neutralità  che osta al fatto di potere liberamente indossare tali segni identificativi.

Il problema però è insito nel fatto che la neutralità dell’obbligo potrebbe essere solo apparente perché di fatto il divieto di abbigliarsi in un modo caratterizzato comporta un particolare svantaggio solo a chi è uso abbigliarsi in maniera diversa come, per esempio, a chi usa la kippah, il turbante e non solo il velo di tradizione musulmana. A prima vista il divieto è neutrale perché si rivolge a tutti, ma è anche vero che solo certe etnie e credo religiosi hanno regole rigide di abbigliamento. Fatto è che in tali casi si ritiene incluso nella libertà d’impresa, garantita dalla Carta di Nizza, anche il potere di determinare unilateralmente norme interne invasive dell’ altrui personalità in un’ottica  di neutralità di pensiero e di credo. Tale codice di comportamento, inerendo alla libertà d’impresa, ovviamente non potrebbe avere uguale valore all’esterno e in altri contesti.

E’ interessante tuttavia notare come lo stesso principio di neutralità affermato dalla Corte di Giustizia nel campo del diritto del lavoro sia potenzialmente destinato a creare un’Europa a geometria variabile anche sul piano dei diritti della persona in ambiente di lavoro, posto che la regolamentazione di tali diritti è pur sempre rimessa alla legislazione dei singoli Stati. Difatti il principio espresso dalla Corte vale solo nel caso in cui il datore di lavoro europeo si accingesse a volere imporre uno stile all’interno del luogo di lavoro. In tal modo la Corte di Giustizia europea   ha reso un diritto, pur riconosciuto come universale, come una variabile dipendente dalle legislazioni nazionali.

Le conseguenze di tale approccio non sono trascurabili. Basti pensare alla Francia, ove il principio di neutralità, quale corollario dell’ ideale di fraternità, ha ricevuto una dimensione pubblica generale, e all’Italia ove, all’opposto, il crocefisso è ammesso negli edifici pubblici, anche se non imposto,  come simbolo di identità culturale e nazionale ( con il placet della Corte europea dei diritti dell’Uomo che ha così statuito in passato). E’ certamente possibile, pertanto, che in alcuni Stati membri dell’Unione europea un siffatto divieto troverebbe più ostacoli nel giustificarsi in virtù di una enunciata neutralità di pensiero. Difatti,  la  proibizione del porto del velo, in mancanza di una neutralità di fondo all’interno di un ordinamento fortemente connotato sul piano religioso o etnico, potrebbe assumere  un diretto significato discriminatorio.

In altri termini, sin dal suo nascere, la stessa regola  generale affermata a livello europeo in rapporto ai principi generali di libertà imprenditoriale e di non discriminazione potrebbe subire diversi effetti e applicazioni a seconda della reazione chimica che subirebbe all’interno del  contesto socio-culturale presente nei singoli Stati membri.

Un aspetto peraltro non toccato dalla Corte di giustizia in tale campo attiene al principio di libertà di abbigliamento che potrebbe esprimere il semplice hijab, vale a dire un modo personale di interpretare il costume del velo, adeguandone il significato ai propri bisogni e rendendolo anche un strumento di liberazione dai pregiudizi sull’Islam. Difatti dietro all’hijab c’è una donna con il suo vissuto interiore che non intenderebbe essere mortificata sul luogo di lavoro. Ma di questo, ovviamente, la Corte di Giustizia non si è direttamente occupata.

La decisione di uscire dall’Unione europea da parte dell’Inghilterra, pertanto, permetterà a quest’ultima, maestra di libertà, di adottare una propria regola antidiscriminatoria, e sarà interessante verificare se terrà conto di quel che succede all’interno del circuito delle giurisdizioni europee.

E’ risultato chiaro sin da subito che BREXIT è il risultato di una volontà di indipendenza dal mercato unico europeo in cui si era inserita l’Inghilterra e dai suoi lacci e lacciuoli. E’ qui che i nodi sono venuti  al pettine poiché è noto a tutti come il problema dell’Unione europea si correla alla mancanza di una politica economica dell’Unione, che è rimasta di stretta pertinenza dei singoli Stati membri. L’anomalia è risultata poi ancora più evidente quando la politica monetaria è stata viceversa assegnata all’Unione e alla sua banca centrale. La conseguenza è che gli stati membri sono entrati in una crisi recessiva che li ha costretti ad accordi minimali sul fiscal compact certamente non idonei a guidare le economie interne. Brexit pertanto rappresenta una sfida per reagire a un’accusa aperta di immobilismo economico, laddove invece l’attivismo nel costruire una serie di valori umani e sociali non potrebbe essere messo in discussione e sotto attacco.

Dove andrà l’Inghilterra sarà tutto da vedere e nessuno può divinare che cosa mai ne sarà dell’Unione e dell’Inghilterra dopo Brexit. Vero è che il primo test si avrà con l’avvio dell’Unified Patent Court Agreement programmato per la fine di quest’anno. Tutto è predisposto per iniziare tale nuova forma di cooperazione giurisdizionale rafforzata nella materia del brevetto europeo, al fine di unificare il diritto brevettuale europeo. Ma è anche vero che tale nuovo sistema di federalismo giurisdizionale vede Londra come una delle sedi centrali e l’Italia come una sede locale e periferica. L’accordo siglato dagli Stati membri prevede una responsabilità degli Stati per l’inosservanza del diritto dell’Unione da parte delle Corti brevettuali e il ricorso al rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia ex art. 267 TUEF quale strumento di unificazione del diritto brevettuale all’insegna dei principi dell’Unione europea.

L’Inghilterra è uscita dall’Unione europea ma vuole al contempo mantenere la posizione di leadership raggiunta in tale materia. Per ora, nel discorso del suo premier attuale, si è colto  che nel periodo di transizione la legislazione di derivazione europea e gli impegni assunti saranno mantenuti per favorire una uscita “agevole e ordinata”. Quello che si interrompe è il viatico per la ricezione di nuovi impegni. Tuttavia la materia brevettuale che l’Inghilterra vorrebbe parimenti condurre a unificazione  coinvolge non solo l’economia e i diritti dei singoli inventori, ma tocca i principi della libera concorrenza tra imprese e i rapporti tra gli Stati membri. In altre parole,  colpisce direttamente il mercato unico e gli interessi dei consumatori ( basti pensare ai brevetti nel campo farmaceutico).

L’Unione europea, a sua volta, non dovrebbe rinunciare a questo primo esperimento di unificazione delle giurisdizioni e del diritto in un campo inerente all’economia, costituendo il sistema delle Corti brevettuali europee il primo passo per attivare una cooperazione giurisdizionale rafforzata tra gli Stati membri in materia economica. E’ indiscutibile che l’uscita di uno Stato membro non potrebbe provocare la caduta dell’accordo di fondo e dell’atto fondativo delle Corti brevettuali. E’ parimenti  indiscutibile che, nell’ipotesi in cui l’Inghilterra mantenesse il ruolo centrale assegnatole in tale materia, il sistema dell’Unione europea  non potrebbe tollerare un circuito di Corti europee completamente sganciato dal controllo di garanzia comunitaria esercitato dalla Corte di Giustizia, e neanche un controllo giurisdizionale governato da tribunali non sottoposti a un controllo di legittimità. Sarebbe l’inizio della fine, implicando siffatto passo un atto di alto tradimento degli ideali di unificazione dell’Unione che, al contrario,  vale la pena preservare per le future generazioni.

Una volta arginato il sacrificio dei valori irrinunciabili per l’Unione europea, occorrerebbe  dunque solo verificare se sia auspicabile mantenere un sistema brevettuale comunitario senza il peso del brevetto inglese e delle sue norme applicative. Anche in tale caso, pertanto , si pone un problema di bilanciamento di contrapposti interessi  e valori.

[1] V.Articolo 52 della Carta sulla portata e interpretazione dei diritti e dei principi, il quale prevede che eventuali limitazioni all’esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla Carta devono essere previste dalla legge e rispettare il contenuto essenziale di detti diritti e libertà. Nel rispetto del principio di proporzionalità, possono essere apportate limitazioni solo laddove siano necessarie e rispondano effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall’Unione o all’esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui. Laddove la  Carta contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali, il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti dalla suddetta convenzione. La disposizione non preclude che il diritto dell’Unione conceda una protezione più estesa.  Laddove la Carta riconosca i diritti fondamentali quali risultano dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, tali diritti sono interpretati in armonia con dette tradizioni.  I giudici dell’Unione e degli Stati membri tengono nel debito conto le spiegazioni elaborate al fine di fornire orientamenti per l’interpretazione della presente Carta.

 


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...